Indonesia: Tsunami si abbatte sull' arcipelago di Sulawesi

Guardo una foto scattata nove anni fa, a Band Aceh, durante una missione per Aiuto alla Chiesa che Soffre, con Roberto Simona. Siamo sul ponte di una nave, scaraventata nell’entroterra dal maremoto-terremoto del 2004. Quello che solo in questa provincia causò 180 mila morti e insegnò a tutto il mondo che cosa significa il termine “tsunami”... 
(testo di Corinne Zaugg)


photo by Anna Jones (BBC News, Singapore)

L’impatto di questa tragedia sull’opinione pubblica fu enorme. Forse perché accanto alle migliaia di indigeni che su quelle spiagge viveva e pescava, aveva trovato la morte sulle spiagge delle Maldive, dello Sri Lanka, dell’India, anche tantissimi turisti in fuga dall’inverno europeo e nordamericano. Fu una tragedia di dimensioni apocalittiche. Nelle zone colpite arrivarono milioni e milioni di franchi, euro, dollari, rubli, yen, da tutto il mondo. Cinque anni dopo ci andammo per vedere a che punto questi milioni si fossero tramutati in realtà concrete. Dappertutto c’erano le foto del “prima” e del “poi”. Mi ricordo che mi colpì molto il fatto che nulla più era come prima. Innanzitutto le persone, scosse nel loro intimo da un terremoto a cui era seguito l’arrivo di persone/volontari da tutte le parti del mondo. Persone che non solo parlavano lingue diverse e vestivano in altro modo, ma che portarono alla chiusa provincia di Band Aceh pensieri, abitudini e modi di vivere, diversi. Le strade erano nuove, ma non seguivano più i tracciati di prima. Così le case, nate dove prima non ve n’erano, mentre al loro posto ora c’erano parchi, prati, terreni incolti. La cesura tra il prima e il poi rimarrà sempre una cicatrice incancellabile.

Così come la nave su cui abbiamo scattato questa foto, lasciata arenata sull’erba, a oltre un chilometro dal mare, a futura memoria.

Ora lo tsunami ha scelto altre spiagge su cui abbattersi. Ma quelle immagini dell’onda silente che si avvicina di soppiatto per poi abbattersi come un muro d’acqua su chi un minuto prima guardava col naso all’insù, cercando di capire cosa sta accadendo, non sono troppo diverse da quelle di allora. Siamo stati anche lì, nell’arcipelago di Sulawesi. Lì imparai che non esistono vulcani morti, ma solo assopiti. E che la vita degli indonesiani da secoli si consuma tra un suolo che trema, un mare che ribolle, delle montagne che eruttano e la grande bellezza di 17’508 isole sospeso tra il cielo e mare, di cui Bali è solo la più famosa.

A questo penso, in questi giorni, mentre le fosse comuni inghiottono corpi privi di vita, prima che una nuova disgrazia di abbatta sui vivi.

 

 

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