Nove preti uccisi solo negli ultimi tre mesi

Germain Muniz Garcia, Ivan Anorve Jaimes, Mark Ventura, Juan Miguerl Contreras Garcia, Ruben Alcantara Diaz, Moiseés Fabila Reyes, Etienne Sengiyumva , Joseph Gor, Felix Tyolaha. Si sgranano a fatica, questi nomi, come certe litanie, dove la lingua inciampa tra i denti. Come i grani di un vecchio rosario che fa fatica a scorrere tra le dita. Sono i nomi di 9 preti che sono stati uccisi dall’inizio dell’anno, ad oggi... (articolo di C. Zaugg, apparso sul GdP del 2/5/2018)


Cinque in Messico, due in Nigeria, uno nella Repubblica Democratica del Congo e uno nelle Filippine. Padre Garcia e Padre Jaimes stavano rientrando sul loro pick-up, di sera, dopo aver celebrato la “Candelora”. Li ha fermati una scarica di proiettili. Avevano 39 e 37 anni. Il 3 aprile viene rapito padre Moiseés, di 84 anni. Il suo corpo è stato trovato senza vita, alcuni giorni fa. Il riscatto era appena stato pagato. Qualche giorno dopo è la volta di padre Ruben e domenica scorsa, hanno freddato padre Juan Miguel, mentre era ancora in chiesa, al termine della messa. Cinque sacerdoti uccisi in meno di tre mesi, in Messico. E ventitré negli ultimi sei anni. Tanto da portare il Messico ad essere il Paese più pericoloso al mondo dove essere preti. 

Purtroppo non il solo. In Nigeria, il 25 aprile, due preti sono stati uccisi durante un attacco armato contro la chiesa di un villaggio, insieme a 16 fedeli. Mentre nel Nord Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo, è stata ammazzato con un colpo alla testa, padre Etienne, in un Paese ormai in balia di una guerra tra bande armate di disperati. Anche don Mark Ventura aveva appena finito di celebrare la messa quando è stato ucciso. Era impegnato nella salvaguardia del suolo, nelle Filippine: una vittima della “Laudato si”, é stato definito.

Ragioni diverse hanno armato la mano di coloro che hanno ucciso questi preti. Ragioni legate alla storia dei Paesi dove hanno trovato la morte. Ma una spiegazione comune la si può individuare nelle parole pronunciate dal Papa lo scorso 12 aprile a Santa Marta: «Oggi i cristiani sono perseguitati, sgozzati, impiccati in Africa e in Medio oriente, ancora di più che nei primi secoli», perché “la loro testimonianza dà fastidio” a un mondo che «risolve tutto con il denaro.» 
Davano fastidio questi nove sacerdoti: ai narcotrafficanti, ai mercenari delle guerre dimenticate, a chi ruba la terra ai contadini. Il medesimo fastidio che dà un sassolino nella scarpa, un granello di polvere nell’ingranaggio. Risultavano insopportabili le loro mani nude, le loro parole schiette, lo sguardo limpido di chi non si lascia corrompere e col denaro ha quel rapporto impacciato, di chi non ne ha mai avuto, né sentito il bisogno di averne. Così come danno fastidio i canti che si levano delle chiese in Nigeria. Dove si sa che andando a messa si rischia la vita. Ma dove una vita senza messa, senza la speranza di una trascendenza, non è vita. Talmente infastidivano, che qualcuno ha dato l’ordine di togliere di mezzo quei nove preti. Un lavoretto facile facile per chi di mestiere fa la guerra e uccide. Ma forse, e questa è la speranza, anche profondamente inutile. Perché nei piccoli villaggi della Nigeria, nelle grandi città del Messico le domeniche continueranno a risuoneranno dei canti e delle formule rituali delle celebrazioni e nella Repubblica Democratica del Congo le polverose strade continueranno ad essere percorse da fiumi di persone che con le sedie portate in spalla da casa, si recheranno a messa. Così come nelle Filippine, vi sarà chi non smetterà di arare, coltivare ed amare quel pezzetto di “casa comune”, che tutti ci affratella.

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